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Dopo la pubblicazione dell’intervista realizzata dal settimanale FF i (pochi) commenti che ho ricevuto avevano tutti un comune denominatore :

Complimenti per il coraggio

Sinceramente non capisco: ci vuole coraggio per raccontare dei semplici fatti ? O per commentare qualcosa ? A me non sembra proprio anche perché di sicuro io non sono una persona particolarmente coraggiosa, anzi …
Personalmente trovo anomalo (o meglio patologico) il contrario.

Ne approfitto poi per spiegare meglio alcuni punti che dall’intervista non si capiscono bene o possono sembrare ambigui :

  1. Non si tratta di una questione personale fra me e Herzum: ovviamente da un amico non mi sarei mai aspettato un brutto gioco simile ma come ho sempre affermato, se il progetto avesse avuto successo non avrei avuto nulla da ridire anche perché avrebbe sicuramente aperto un indotto importante per tutti gli operatori del settore. Ho comunque voluto raccontare l’antefatto per rendere palese lo “spessore” delle persone coinvolte.
  2. GeoLafis: dall’articolo non si capisce bene ma quello che ho trovato shockante nella vicenda è il fatto che GeoLafis venga attribuito a Herzum. Per ben due volte nelle risposte date alle interrogazioni dei Verdi GeoLafis è citato fra i (pochi) risultati del progetto Lafis. GeoLafis non solo è stato realizzato totalmente da Territorium Online ma quello che è più importante è che l’intera piattaforma utilizzata (mapAccel ed Apollo/dbSnap) è di Territorium Online. Non un solo bit della nuova mirabolante architettura eGov è stato utilizzato. Il contributo Herzum è stato di tipo pre-analitico: è stato fornito un foglio excel (detto feature catalog, che mi conservo gelosamente) contenente l’elenco dei requisiti dell’applicazione (non l’analisi che abbiamo realizzato di fatto noi assieme agli ottimi Dunja e Klaus della provincia). Attribuire il risultato a Herzum è come se si attribuisse la realizzazione di una ricetta ad una persona che ha stilato la lista della spesa.
  3. Il valore degli eventuali risultati : Il problema è l’eccessiva complessità (in informatica si parla di sovraingegnerizzazione – Overengineering) che si traduce in tempi di realizzazione insostenibili, oltre che naturalmente a maggiori costi. Quattro anni informaticamente è un tempo enorme, in cui si doveva progettare e implementare non solo il sistema e/o i progetti pilota ma essere totalmente a regime se non addirittura in fase di evoluzione. Un sistema che impiega così tanto tempo per nascere oltre a rischiare di essere subito obsoleto è probabilmente privo della flessibilità necessaria. Fra l’altro questa enfasi sulla difficoltà di implementare un sistema così ampio e complesso serve da scudo dietro cui nascondersi per giustificare i ritardi, i costi e la carenza di risultati.Un esempio concreto: i frameworks che abbiamo progettato e realizzato per la provincia e su cui sono basati decine di progetti funzionanti (fra cui geoLafis) sono stati realizzati in alcuni mesi da un gruppo molto ristretto (in media 3 persone). Sono subito passati in produzione e hanno saputo evolversi efficacemente senza impattare sui progetti già attivi. Qui lavorano decine di persona da ormai quattro anni e le realizzazioni concrete basate su questa architettura sono poche, sperimentali e parziali. Anche se si raggiungessero dei risultati (es. il progetto pilota artigianato) che valore avrebbero ? In 4 anni e con decine di persone impiegate ci mancherebbe solo che non si raggiungesse alcun risultato. Caso mai proprio il fatto di aver portato a termine solo quella parte (e con grandi difficoltà) dimostra inequivocabilmente l’inefficacia della soluzione.
  4. Le giustificazioni addotte per il ritardo: oltre alla complessità elevata, l’altra giustificazione addotta per giustificare il ritardo dei progetti (in particolare quello per l’artigianato) è quella delle continue variazioni della normativa sottostante. Anche questa giustificazione più che giustificare non fa che confermare l’inefficacia del sistema e anche l’approccio sbagliato nell’affrontare la problematica. Una delle sfide più grandi (e più vecchie) nello sviluppo del software è quella di saper gestire la continua variazione dei requisiti. Proprio per questo motivo lo sviluppo del software tende ad adottare metodologie sempre più flessibili (in contrasto con quelle meno recenti definite “monolitiche”) che rendano la gestione di questi cambiamenti molto meno traumatica. Si capisce quindi come cercare di giustificare ritardi consistenti con tali motivazioni sia di fatto un vero e proprio autogol che dimostra quanto meno l’estrema immaturità della soluzione scelta. Un esempio illuminante: il programma che calcola gli stipendi per i dipendenti provinciali è un vecchio programma sviluppato con un altrettanto (non me ne vogliano i realizzatori) vecchio linguaggio di programmazione. Per giunta è sviluppato quasi totalmente da personale interno senza l’assistenza di costosissimi consulenti e complesse infrastrutture. La normativa delle paghe è quanto di più intricato e mutevole si possa immaginare; cosa avrebbero dovuto fare questi sviluppatori, non realizzare il programma aspettando che la normativa si stabilizzasse ? Fra l’altro si manda un messaggio devastante: le vecchie metodologie si dimostrano più efficaci proprio laddove le nuove dovrebbero apportare vantaggi. Si aggiunge quindi danno al danno.

Un ringraziamento va infine a tutti quei supposti amici e/o estimatori che avevo in provincia: in quasi cinque mesi nessuno si è più fatto vivo.

Vedi anche :

http://ssette-bloggando.blogspot.com/2007/10/senso-civico-e-giochi-di-potere.html

http://ssette-bloggando.blogspot.com/2007/09/la-dignit-della-prestazione.html

In questi giorni si è scatenato un vero e proprio putiferio per l’ordinanza del Sindaco che vieta il fumo anche in quei posti pubblici all’aperto in cui siano presenti bambini o donne incinte.

Premesso che giudico il provvedimento appartenente alla categoria delle soluzioni “ideologiche” (come ad esempio la proposta dei 30 all’ora di Ladinser, ora ufficializzata in Consiglio Comunale in un ridicolo limite dei 40 Km/h) e come tale spesso inutile e/o esagerata, quello che mi colpisce è la reazione furente dei fumatori.

C’è chi parla di ghettizzazione del fumatore, chi addirittura di provvedimento lesivo di diritti personali.

Quello che i fumatori continuano a non capire è che ognuno è libero di fare ciò che vuole solo fintanto il suo comportamento non disturbi o crei danno ad altri. La libertà individuale ha proprio in questa semplice e ovvia regola (che semplicemente io chiamerei buona educazione) il suo limite insuperabile.
Le reazioni dei fumatori sono quindi fuori luogo e anzi tradiscono il disagio tipico che prova chi è affetto da una dipendenza quando gli si limita la possibilità di assumere la sostanza di cui ha bisogno.

E’ dimostrato che il fumo passivo nuoce gravemente alla salute e quindi il diritto di fumare è giustamente regolamentato. Che nei luoghi pubblici al chiuso sia vietato fumare è semplicemente un’azione di tutela nei confronti della salute pubblica e spero che nessuno più se ne lamenti.

Il provvedimento del Sindaco sui luoghi all’aperto è invece dal punto di vista della salvaguardia della salute almeno discutibile, però vale sempre il discorso del fastidio arrecato a chi non fuma.

A tutti i non fumatori dà fastidio se qualcuno gli fuma sotto il naso e quindi, essendo la cosa ampiamente nota a tutti, la buona creanza inviterebbe a non fumare in tali luoghi, specialmente se affollati. L’educazione sembra non essere però caratteristica di molti fumatori che semplicemente se ne fregano del fatto di arrecare fastidio agli altri. Ecco quindi che laddove il buon senso e la buona educazione sono carenti è necessario poi intervanire con provvedimenti legislativi magari esagerati.

Quando ero bambino ad un certo punto i miei genitori mi insegnarono che fare le puzzette in luoghi frequentati da altri era azione da maleducati proprio perchè il cattivo odore dava fastidio. Da quel giorno in avanti ho imparato a trattenermi fintanto non potevo espletare il mio bisogno in modo da non infastidire nessuno.

La prossima volta che mi troverò in luogo pubblico (es. un ristorante con sala all’aperto e un fumatore mi importunerà, riterrò sciolto il mio vincolo alla buona educazione e risponderò al suo fumo con le mie puzzette (che fra l’altro non sono dannose per la salute). Sarà molto carino osservare le reazioni o sentire quali argomentazioni solleveranno in caso decidessero di lamentarsi.

Le lingue sono importanti, anzi importantissime.
Ma oggettivamente credo che si stia sovrastimando la loro importanza.

La lingua non può essere più importante della competenza reale che serve per un determinato tipo di lavoro.

Preferireste essere curati da un medico russo che capisce poco o nulla l’italiano oppure da un medico locale che capisco poco o nulla di medicina ?

Ecco: quando si arriva ad anteporre la conoscenza delle lingue alla reale capacità professionale si commette un errore di sopravvalutazione.

Lo so, detto da me che con il tedesco me la cavo malino (ho comunque il patentino “A” per quello che conta…) l’affermazione é debole e perciò cercherò di argomentare meglio.

Mi vengono in mente alcuni controesempi.

Nei paesi anglofoni (l’inglese é la lingua dominante) l’importanza delle lingue é molto meno sentita. Loro hanno un duplice vantaggio: conoscono la lingua dominante e possono scegliere le persona liberamente in base cioè alle sole competenze richieste per la mansione da occupare. La cosa particolare però é che in questi paesi la questione linguistica é poco sentita anche a parti invertite. Se andate negli Stati Uniti e siete bravi a fare qualcosa di complesso a nessuno frega nulla che voi sappiate o meno bene l’inglese (e in realtà nemmeno se avete i capelli verdi, siete stravaganti ecc.).

Quello che conta é che siete bravi: la lingua é un dettaglio, la imparerete strada facendo.

Questo é a mio avviso un atteggiamento molto pragmatico e condivisibile perché non avvalla l’equazione errata conoscenza delle lingue = competenza come invece avviene da noi. È un modo di interpretare il concetto stesso di competenza che è diverso.

Ora mi domando: perché in Alto Adige (e più in generale in Europa) si sopravvaluta questo aspetto in alcuni casi anche in modo estremo ?
Risponderò a questa domanda con un’altra più esplicativa ma equivalente: come mai negli Stati Uniti si vendono tantissimi PC e pochi cellulari mentre in Italia succede esattamente l’opposto ?
Meditate …


Esiste al mondo una (non) categoria molto bistrattata ma altrettanto importante: gli informatici. In particolare quelli che lavorano nei grandi centri di calcolo o per le grandi aziende di software, di telecomunicazioni o banche.

L’Italia sta in piedi grazie al lavoro a volte massacrante e quasi mai riconosciuto di questi lavoratori.

Pensate: normalmente gli operatori informatici sono inquadrati contrattualmente come metalmeccanici ed é una delle categorie in cui il lavoro (spesso assai qualificato) a progetto é piú diffuso. Gli stipendi mediamente bassi.

Una cosa estremamente significativa é che molte amministrazioni (fra cui quella in cui vivo) reclutano programmatori ed analisti informatici attraverso veri e propri contratti di “body rental” con le aziende informatiche, le quali si trasformano così in agenzie di lavoro interinale perdendo la loro specificità e rafforzando la percezione che si ha del programmatore ( = operaio).

Visto che ormai in Italia, come dimostra il caso dello sciopero dei camionisti, ogni categoria può usare forme estreme di protesta, sarebbe il caso che questa (non) categoria approfittasse della situazione per palesarsi : basterebbe un giorno di sciopero (limitato al non lavoro senza forme illegali simili a quelle usate dai camionisti) per paralizzare il paese in modo ben piú grave di quanto successo questa settimana.

E allora, cari informatici: perché non provarci ?

P.S.

Il fatto che gli informatici non rappresentino una vera categoria é la dimostrazione che certi campi dove la “deregulation” del lavoro é massima (attenzione: non quella di mercato però dove sopravvivono nicchie intoccabili) e dove il livello culturale é piú elevato la tutela dei lavoratori é praticamente sparita. La cosa dovrebbe far riflettere.
inoltre questa é una situazione tipica dell’Italia e in particolare dei paesi a scarsa vocazione tecnologica/innovativa. In tutti i paesi del nord europa la situazione é radicalmente differente.


Ieri é stato presentato il nuovo simbolo del PD. A parte l’aspetto grafico che comunque é discutibile, a parte il fatto che sembrerebbe un simbolo piú adatto al nuovo Partito del Popolo della Libertà di Brlusconi (che ora si trova comunque in difficoltá…) quello che mi ha colpito é stata la frase con cui Veltroni ha presentato il simbolo :


tre tradizioni diverse dell’Italia. verde è la tradizione laica e ambientalista, il bianco è il solidarismo cattolico, il rosso è il colore del lavoro e del socialismo. Il risultato è una sintesi molto forte


Non fa che confermare il mio sospetto: il Pd é un partito “minestrone” che mischia in un unico pentolone ingredienti molto diversi e non sempre fra loro compatibili. Ora Berlusconi potrá non solo prendersela con i cattocomunisti ma con questo splendido nuovo mostro a tre teste :

l’eco-catto-comunista.

A me la cosa continua a non piacere, assomiglia sempre di più al partito di raccolta in stile SVP. La politica preferisco che avvenga con una dialettica fra diversi schieramenti ben definiti e riconoscibili piuttosto che in un contesto “privato” (l’interno del partito di raccolta) che la sottrae di fatto al pubblico.

A questo punto facevano prima e meglio se sotto il bianco avessero messo lo scudo crociato, sotto il verde il sole che ride e sotto il rosso la falce e il martello. Ho l’impressione che l’avrebbero fatto ma motivi di copyright sui rispettivi simboli lo hanno reso impossibile.

Chissà cosa ne pensa poi il Pd locale di tutto quel bel tricolore ;-)


Ha avuto grande risalto sulla stampa nazionale la notizia che nelle statistiche sulla qualità della preparazione degli alunni i nostri siano pessimi in matematica e fra gli ultimi nelle discipline scientifiche, battuti anche dai paesi europei più disastrati (es Romania).
La stessa statistica al contrario mostra come paesi emergenti quali India e Cina eccellano superando abbondantemente sia i paesi europei piú avanzati, sia gli Stai Uniti che si piazzano circa a metà classifica.

Nel caso italiano poi la cosa é aggravata dal fatto che le iscrizioni alle facoltá scientifiche (in senso stretto: fisica, matematica, chimica…) sono quasi allo zero (una lieve ripresa quest’anno) annullando di fatto una lunga e florida tradizione.

Nei commenti però non ci si é in generale soffermati sulle cause del fenomeno e in molti casi nemmeno al suo significato e alla ricaduta pratica a livello sociale ed economico.

Intanto una prima considerazione: il sistema scolastico é spesso uno specchio della società e tende a conformarsi con le richieste reali del sistema economico.

Il fatto che non si investa nella ricerca pura e nemmeno in quella applicativa ha come logica conseguenza che nessuno più si iscriva nelle facoltà che hanno uno sbocco primario in quell’area.

Il fatto che le aziende che operano in settori hi-tech siano praticamente sparite e le poche rimaste abbiano profili principalmente commerciali spiega anche il motivo per cui anche ingegneri (quelli *veri*, non quelli di ultima generazione tipo ingegneria gestionale ecc. ) o informatici siano in netto calo.

I giovani non sono per niente stupidi e capiscono quello che conviene fare per avere una prospettiva di carriera alettante.

Nelle amministrazioni e nelle aziende i ruoli più prestigiosi o remunerativi sono occupati da figure non tecniche (anche nelle aziende o comparti tecnici) mentre chi opera nel settore tecnico é considerato poco più che un operaio. In altre parole la competenza, in particolare quella tecnica, risulta addirittura squalificante. Contando poi che le materie scientifiche sono in generale molto difficili, si capisce come mai nessuno ci si voglia più cimentare.

Questo stato di cose non é affatto una novità ed ha avuto come effetto non solo il calo delle iscrizioni a certe facoltà o lo scadimento dell’insegnamento di alcune materie, ma ha prodotto un progressivo e inarrestabile depauperamento delle strutture tecniche che si sono viste privare dei migliori elementi costretti, per far carriera, a trasformarsi in manager o burocrati (spesso scadenti) segnando di fatto la totale scomparsa dell’Italia dai settori tecnologici.

Ho letto in alcuni commenti anche un’inesattezza: si tende ad attribuire la scarsa qualità dell’insegnamento delle materie scientifiche ad una questione di tipo storico essendo l’Italia da sempre prevalentemente caratterizzata da una cultura di tipo umanistico.

Se da una parte questo é vero (basta guardare i programmi di matematica e fisica nelle scuole superiori, Licei compresi, per convincersene), dall’altra questo non ha impedito in passato alla cultura scientifica di eccellere e agli studenti di avere una preparazione dignitosa.

Concludo con un paio di esempi a mio avviso molto significativi :

  • L’Italia é fra i paesi industrializzati con il maggior numero di cellulari e il minor numero di PC;
  • L’Italia ha bisogno di immigrati (anche cinesi e indiani) solo per effettuare lavori umili, mentre negli Stati Uniti ai vertici tecnici di moltissime aziende sono sempre più spesso indiani e cinesi che da noi al più avrebbero raccolto pomodori;
  • Nessuna delle principali aziende in termini di capitalizzazione é nel settore tecnologico;
  • Per non parlare dei contributi per la ricerca in cui siamo fanalino di coda a livello intergalattico

Se questi sono i presupposti…beh, non c’è proprio da stupirsi ma solo da preoccuparsi.


Mi scusino quelli di BBD se li cito e se gli rubo l’immagine (troppo bella) ma vorrei segnalare questi due interessanti thread :

Aveva ragione Lucio ? e Disagio (all inclusive)

Un passo del primo trovo particolarmente interessante :

Qui rimando a quel manifesto [...], che è appeso alle fermate degli autobus: Südtirol, ich lebe es (nella versione tedesca) e Alto Adige, io ci vivo (in quella italiana). Se avessi uno spray a portata di mano mi piacerebbe scrivere sotto la versione italiana (Alto Adige, io ci vivo) una frase tipo questa: sì, ci vivo, ma non ho ancora capito esattamente dove mi trovo.

Con questo commento l’autore vuole rimarcare come gli italiani siano spaesati in quanto non in grado di capire e adattarsi allo ” spazio di regole all’interno del quale sono comunque costretti a muoversi

Trovo questo commento veramente singolare, perché dá per scontata una cosa non vera, ossia che il sistema di regole (leggi Statuto di Autonomia) sia immutabile dimenticando ad esempio come le norme incriminate tipo la proporzionale siano transitorie, e afferma, sempre dogmaticamente che siano anche “giuste”, cosa come minimo discutibile.

In piú bolla chiunque non si riconosca in questo sistema di regole come una persona non in grado di capire (in sostanza uno stupido) e visto che c’é gli appioppa anche un bel “spaesato” nel senso in cui lo aveva usato Lucio Giudiceandrea.

Beh, complimenti per la sincerità ma anche per la sicurezza con cui afferma queste cose. È bello sentirsi nel giusto…

Fortunatamente nel thread il primo commento riporta l’autore nella realtà sudtirolese che (sfortunatamente) non é fatta di soli spaesati ma anche di tipi come l’autore del primo commento.

Uno degli aspetti meno analizzati ma più importanti, sia sociologicamente sia numericamente, è il crescente e inarrestabile fenomeno dell’iscrizione di bambini di madre lingua italiana alle scuole in lingua tedesca.

Io sono uno di questi genitori.

Il fenomeno numericamente è veramente macroscopico e recentemente é balzato alla ribalta dei giornali locali. Ci sono scuole elementari e asili di lingua tedesca ove ormai i bambini di lingua italiana, prima ancora che mistilingui o extracomunitari, sono ormai la maggioranza degli iscritti.

Sull’Alto Adige sono state anche riportate diverse interviste ai genitori di questi bambini, tutti convinti e felici della scelta effettuata, nessuno, a quanto pare, consapevole delle conseguenze del loro gesto.

Perché l’iscrizione di massa alle scuole tedesche non è solo la dimostrazione del fallimento totale del sistema scolastico (tutto) per quanto riguarda l’insegnamento della seconda lingua, della ferma volontà delle famiglie di superare il problema linguistico e garantire ai propri figli un futuro migliore nella società altoatesina, del sincero desiderio di superare finalmente le barriere etniche e di promuovere la reale convivenza.

Il fenomeno rappresenta anche la resa incondizionata di un gruppo in difficoltà che stanco di vedersi negate tutte le alternative, di essere discriminato da norme ingiuste come la proporzionale, alla fine decide di comportarsi come si comportano gli emigranti in terra straniera, iscrivendo i figli nella scuola dello stato che li ospita.

La differenza sostanziale é che mentre l’emigrante é consapevole di essere ospite (perché lo é!!) e decide deliberatamente di iniziare per i propri figli un processo di integrazione che li condurrà alla perdita della propria identità culturale, nel caso altoatesino questo sembra non essere percepito e anzi é spesso ignorato o addirittura negato.

La verità é che (e in questo sono pienamente concorde con la SVP) frequentando scuole dell’altro gruppo linguistico, in un contesto come quello locale dove gli italiani sono in netta minoranza, non ci si arricchisce, non ci si crea una nuova identità culturale ma si finisce per essere assimilati.

Non solo, c’è di peggio, si finisce per accettare il fatto di essere ospiti e quindi di essere nella necessità di essere assimilati.

Io non credo che gli italiani che hanno effettuato questa scelta siano tutti inconsapevoli di questo fatto, credo al contrario che lo siano, molti lo accettino addirittura di buon grado visto che é naturale cercare di passare dalla parte del più forte, altri lo intuiscano ma trovino la cosa imbarazzante, innominabile ma a cui non ci si può sottrarre.

A quelli che in questi giorni si ostinano a negare il disagio e il reale stato di discriminazione a cui é sottoposto il gruppo italiano in questo momento storico e che anzi sostengono il solito stereotipo dei fannulloni che non vogliono imparare il tedesco metto in evidenza come il gruppo linguistico italiano sia disposto persino a rischiare la propria identità culturale e alla rinuncia unilaterale ad un diritto (quello sancito dall’art. 19) pur di imparare la seconda lingua e integrarsi.

Vorrei mettere in evidenza anche come la SVP, normalmente rigidissima in questioni riguardanti la scuola, accetta questa situazione nonostante comporti per la scuola tedesca un aggravio e dei problemi non indifferenti. E se lo fa significa che ha capito che questo fenomeno farà da acceleratore nella corsa a quell’inconfessabile obiettivo alla base della sua politica: l’azzeramento del gruppo italiano in Alto Adige.

Come ho giá detto piú volte ci sono possibili soluzioni alla questione sudtirolese: questa é oggi la piú probabile e forse, se condotta in questo modo, quella piú semplice e forse incruenta; non di sicuro la piú “giusta”

Quello che é successo con il referendum di Cortina, e prima ancora con gli altri tentativi di passaggio al Trentino di alcuni comuni veneti é un fatto che puó essere interpretato in diversi modi. Chi gli dá un’interpretazione di tipo storico, chi quasi nazionalistico, chi la vede solo in chiave puramente economica.

In effetti i fatti accaduti (ultimo quello di alcuni comuni emiliani che vorrebbero passare sotto la provincia di Cremona) sono diversi cosí come le motivazioni e l’”ambientazione”; tuttavvia trovo in tutti una motivazione comune ossia quella di passare in un territorio dove si é meglio amministrati. Non solo quindi una questione prettamente economica ma molto piú ampia che coinvolge l’intero sistema amministrativo.

Quello che stá accadendo é una sorta di federalimo all’incontrario: fintanto che si é potuto si é cercato di dare fiducia alle istituzioni locali addosando allo stato centrale e centralista tutte le colpe della cattiva amministrazione. Ora che questo processo di “delocalizzazione” evidenzia i suoi limiti e non potendosi ulteriormente delocalizzare si va alla ricerca della soluzione dei problemi cercando di aggregarsi con chi stá meglio percorrendo il processo federalista all’incontrario. Tutti chiederebbero, a paritá di condizioni, di passare all’Alto Adige o al Trentino, ricomponendo cosí lo stato centralista.

Perché se é vero che l’Alto Adige (e il Trentino) sono ben governati (dove buon governo ha un significato comunque relativo – non si ruba o si ruba poco) é altrettanto vero che l’Alto Adige é amministrativamente quanto di meno federalista si possa immaginare: una provincia cannibale governata da sempre da un solo partito che detiene una maggioranza assoluta e che sottopone la societá civile al giogo etnico che é parte caratterizzante del proprio statuto.

Ma tant’é: vuoi per la maggior disponibilitá economica, vuoi per la maggiore onestá e competenza dei propri amministratori, vuoi per via della semplificazione enorme che avere una maggioranza assoluta comporta qui si é meglio amministrati.

È ed significativo, sconcertante e buffo che tutti vogliano venire in un posto dove molti invece si sentono in disagio.


Ieri il Papa é tornato sula questione dell’obiezione di coscienza per i cattolici; nello specifico ha affermato che i farmacisti cattolici hanno il diritto di fare obiezione di coscienza e rifiutarsi di vendere medicinali che siano in contrasto con l’etica cattolica (es. farmaci abortivi ecc.)

Ci risamo: si fa una grande confusione fra diritti e doveri e ora si gioca anche sul concetto di obiezione di coscienza.

Andiamo con ordine:

  • Diritto é qualcosa sancito dalla Legge o dalla costituzione e comunque solo lo Stato (per le cose terrene) puó sancire diritti e doveri.
  • La professione del farmacista é regolamentata per Legge: allo stato attuale questa Legge non concede nessun diritto all’obiezione di coscienza; al contrario i cittadini hanno il diritto di acquistare i farmaci che il loro medico prescrive nel pieno rispetto delle leggi vigenti
  • Nessuno impone a chichessia di fare cose contrarie alla sua etica e alla sua coscienza: se una persona non se la sente di vendere la pillola RSU o ha altre riserve morali nello svolgere la professione di farmacista cosí come stabilito dalla Legge, allora semplicemente non esercita quella professione
  • L’obiezione di coscienza puó essere invocata solo laddove esiste un obbligo generale, come ad esempio quello della leva obbligatoria: in quel caso non c’era libera scelta, fare il militare era un dovere e disattenderlo significava essere sottoposti a gravi sanzioni (carcere militare); fintanto la legge non l’ha previsto poi, nemmeno in questo ambito era prevista l’obiezione di coscienza e l’obiettore in effetti finiva in carcere.

Ricapitolando : quello del cittadino é un diritto, mentre quello del farmacista un dovere; affermare il contrario significa non incitare alla violazione della legge (e per fortuna Federpharma lo ha ribadito) ma quel che é peggio negando ad altri un diritto. (l’obiezione alla leva comunque non pregiudicava il diritto di nessuno)

Non c’é che dire: un bell’esempio di democrazia…

D’altronde non c’é da meravigliarsi, visto che questo (oggi dal sito del vaticano) é il pensiero di Ratzinger riguardo la politica :

Quando una societa’ rinuncia al bene principale della fede e della verita’ che essa contiene, le scelte politiche che vengono compiute sono determinate solo dall’opinione pubblica e dal calcolo, in questo modo viene meno ogni distinzione fra bene e male e il relativismo ha la meglio

Tradotto: solo la fede (cattolica) ha la la veritá e sa distinguere fra il bene e il male, l’opinione pubblica é mossa solo dal calcolo e quindi non ha diritto di fare politica.

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