
Ogni volta che mi reco al lavoro, poco prima di entrare in ufficio, passo davanti alla fiera di Bolzano e mi trovo davanti, un po’ logoro per l’etá, un manifesto pubblicitario della birra Forst.
Ad una prima occhiata non sembra esserci niente di strano ma guardandolo con un po’ piú d’attenzione salta all’occhio un fatto strano : lo slogan, semplice e diretto, non é uguale nelle due lingue.
“Das Bier unserer Heimat” se fosse tradotto suonerebbe qualcosa del tipo “La birra della nostra patria”, che oggettivamente in italiano non sarebbe granché come slogan pubblicitario.
Spinto dalla curiositá sono andato sul sito della Forst e sorpresa…lo slogan in tedesco (che lí deve essere ad uso non solo della popolazione locale ma di tutta l’area germanofona, non é come nel cartellone pubblicitario, bensí é “Der reine Genuss”, molto piú simile alla versione italiana anche se non la esatta traduzione. Heimat non compare quindi nemmeno nella versione tedesca.
A questo punto é quindi assodato che il cartellone di fronte al mio ufficio é stato fatto appositamente per l’Alto Adige e quindi il fatto che lo slogan in italiano non sia la traduzione di quello tedesco puó dare origine a diverse interpretazioni, lo ammetto, anche dietrologiche.
Oggi ne ho parlato in un altro forum e Ètranger in risposta mi ha inviato questo interessante spunto che mi permetto di citare :
Foglietti sudtirolesi [Das Bier unserer Heimat]
Giornata oziosa trascorsa a bere chinotto in un bar di Bolzano. Tra le altre cose, mi colpisce un’insegna pubblicitaria affissa a un muro di cemento oltre la strada. È un cartellone gigantesco. Accanto al solito paesaggio dolomitico, vi sono impressi due bicchieri di birra e uno slogan bilingue che vale un trattato di antropologia: “Das Bier unserer Heimat” – “Birra allo stato puro”. Il testo, improntato a un’immediatezza di stile che ricorda il peto di un bove, mi piace per la sua doppia valenza: è la réclame della Forst, ma è anche un involontario aforisma sugli oltre ottant’anni di sradicamento italiano in Sudtirolo.
Non c’è niente da fare: il riferimento alla Heimat, che in tedesco funziona sempre, sugli italiani non esercita alcun appeal.
Mi torna in mente il pensierino di un mio scolaro, scritto a commento di una lunga discussione in classe, all’indomani del referendum su Piazza della Vittoria: “Gli italiani, da oltre ottant’anni, sono conficcati in Sudtirolo come una spina nell’occhio, come un coltello nella schiena, come una pallottola in fronte, come una spada nel cuore”.
Nella sua sbiadita inattualità, quest’immagine mi piacque molto e mi piace ancor oggi. Non ha nulla di pomposo. Semplicemente, ritrae una ferita aperta che nessuno ha interesse di rimarginare. Più che un archetipo del delitto, essa è la foto tessera appiccicata sulla carta d’identità della nostra provincia. I tedeschi e gli italiani del Sudtirolo vi sono rappresentati insieme. Gli uni esibiti in figura di corpo violato, gli altri a sembianza di corpo estraneo.
D’accordo: forse si tratta di un’immagine sfocata o addirittura contraffatta. Più che una foto, sembra un fotomontaggio. Ma racchiude un contenuto importante: il vittimismo dei tedeschi e il disagio degli italiani sono le due facce inguardabili della stessa medaglia.
Niente da dire, commento azzeccatissimo, a cui manca solo una piccola nota “maliziosa” che peró conoscendo le idee dell’autore é normale non sia presente. Secondo Ètranger il motivo di questa mancata traduzione letterale é prettamente di marketing: Heimat in italiano oltre ad essere difficilmente traducibile, é un concetto che qui fra gli italiani non fa presa.
Io invece, che se c’è da pensare male, lo ammetto, sono il primo a farlo, sarei propenso a interpretare la cosa diversamente: Heimat é un concetto che per gli italiani (che sono ospiti) non é applicabile.
A favore di questa mia tesi maliziosa e dietrologica porto a sostegno due fatti :
- Se fosse come dice Ètranger allora lo slogan tedesco nel sito Forst dovrebbe essere come nel cartellone pubblicitario: perché cambiarlo per persone che usano la stessa lingua ? L’unica risposta plausibile che la mia mente malata di dietrologia riesce a partorire é che germanici, austriaci e svizzeri sono come gli altoatesini: stranieri per cui Heimat é inapplicabile
- Quello della Forst non é l’unico caso; in effetti non riesco a ricordarmi nemmeno un caso in cui la parola Heimat é usata (nemmeno tradotta) in riferimento ai cittadini di lingua italiana. Posso citare un altro esempio, che sebbene non cosí chiaro, risulta abbastanza significativo: ricordate il concorso della Cassa di Risparmio “Conosci la tua provincia?” ? In tedesco si chiama “Kennst Du Deine Heimat?” (notare il Deine scritto maiuscolo). Anche in questo esempio la parola Heimat non é stata usata nella versione italiana, ma almeno é stato usato “tua” provincia…giá un passo in avanti.
Puó essere che io non rappresenti un campione significativo dei sudtirolesi di lingua italiana ma Ètranger, ti assicuro che se lo slogan della Forst fosse stato “La birra della nostra terra” né sarei stato molto felice (e avrei acquistato piú birra)
A questo punto il dibattito é aperto :
Heimat é intraducibile o inapplicabile ?
Io la mia l’ho giá detta, pubblico qui la tesi di Ètranger come contrappeso alla mia :
L’intraducibilità della “Heimat”
Come si traduce, in italiano, la parola tedesca Heimat? Il vocabolario suggerisce alcune possibilità: “patria”, “piccola patria”, “paese natale”, “luogo natio”, “terra natia”. Il limite di tutte queste traduzioni non risiede nell’intraducibilità del significato a cui esse si sforzano di conformarsi, quanto piuttosto nella presupposizione di autoreferenzialità che qui sembra sottrarre l’aspetto fisico della parola da tradurre (cioè il suono e la grafia di una parola della lingua tedesca) al comune spazio di significazione dischiuso dalle parole pronunciate o scritte in italiano. È insomma come se, proferendo la parola Heimat, l’effetto di senso prodotto dalla combinazione di queste sei lettere rifluisse nel perimetro di quell’unico suono, per sottintendere, a guisa di un dialetto scontroso, una comunicazione per pochi. Estremizzando: solo chi può dire “Heimat” può alla fine anche avere una Heimat. Come si sa, è in seguito alla ferita provocata dall’annessione del Sudtirolo all’Italia, che l’ingenua semantica dell’Heimat si è ritratta nel guscio di questa autoreferenzialità immunitaria, trasferendo sul piano dell’intraducibilità linguistica la ripulsa e la rivalsa nei confronti degli invasori molesti. Da un lato, la difficoltà di tradurre in italiano la parola Heimat esprime così l’ostinazione degli “italiani” a voler ricavare il proprio sentimento d’appartenenza dalla saldezza formale dei confini e della lingua di Stato, dall’altro allude all’opposizione dei “tedeschi”, che reagirono all’inclusione in quegli stessi confini estromettendo (per sempre?) gli “italiani” dal rifugio affettivo e dal linguaggio della Heimat. Una cosa però balza agli occhi: sulla scena attuale non vi è sofferenza. Ognuno sembra assuefatto al proprio ruolo, ognuno recita distrattamente il proprio rancore. Come inebetiti o sotto l’effetto di un potente narcotico, ci siamo abituati a convivere con questo modo di convivere.